Come emigrare restando fermi

Marie Jalowicz Simon e la Shoah.

Nell’ottobre 1941, quando cominciarono le deportazioni degli ebrei tedeschi verso i ghetti e i campi polacchi, a Berlino c’erano ancora circa cinquantacinquemila dei centosessantamila ebrei che vi vivevano prima del 1933. Vivevano chiusi nelle cosiddette “case degli ebrei”, in condizioni miserevoli, e dal 1938 avevano perduto ogni residuo diritto. -

Schedati, individuati, marchiati con una J nei documenti e con una stella gialla nella fascia che erano obbligati a portare, avevano poche possibilità di sfuggire alla deportazione e quindi alla morte. Molti si suicidarono prima che la Gestapo venisse a cercarli. Nel 1943, quando tutti erano stati deportati, però, a Berlino erano rimaste ancora poche migliaia di ebrei, nascosti. Alcuni di loro sopravvissero fino alla fine della guerra.

È questa, fra le altre, la storia di Marie Jalowicz Simon, una giovane ebrea di Berlino che nel 1942, quando la Gestapo venne a cercarla per deportarla, riuscì a fuggire ed entrò in clandestinità, passando di casa in casa, aiutata da amici ebrei non ancora deportati e soprattutto dalla rete clandestina antinazista. Per tre anni, vivendo in ciascun rifugio per poche settimane, Marie riuscì a sopravvivere. Si era preparata alla clandestinità con grande inventiva, facendo credere alla fabbrica in cui era costretta a lavorare, la Siemens, di essere stata già deportata, poi sfuggendo all’arresto.

Dopo la guerra, si iscrisse all’università, si laureò in filologia classica, si sposò con un suo antico compagno di scuola, anch’egli ebreo ed emigrato in Palestina, si stabilì con lui in Germania e insegnò all’università di Berlino fino al 1982. Sembra che fosse una straordinaria insegnante, molto amata dai suoi studenti.

Fino al 1997, quando suo figlio, storico di professione, le forzò la mano presentandosi davanti a lei con un registratore, non aveva quasi mai parlato dei suoi anni di clandestinità. Da allora, fino alla morte nel 1998, Marie raccontò. Da quelle registrazioni è stato tratto un libro, Clandestina. Una giovane donna sopravvissuta a Berlino. 1940-1945 (Torino, Einaudi, 2015, pagine 331, euro 20), che è frutto da una parte della narrazione di Marie Simon, dall’altra dei rigorosi e accuratissimi riscontri documentari operati dal figlio sul suo racconto, di cui resta traccia nel precisissimo registro dei nomi apposto al libro. Non c’è rassegnazione né, al limite, vera paura, ma un gioco col destino la cui posta è la vita. Certo, questa sua forza, questa capacità di cogliere l’ironia di ogni situazione, non possono non averle facilitato la sopravvivenza, accanto all’altro grande agente di queste vicende, il caso. Ma la giovane Marie tutto è meno che una vittima designata, anche se proprio a vittima era stata designata dal nazismo.

Colpisce, nel libro, la vastità della rete antinazista. Formata in gran parte di comunisti, ma anche di operai che hanno avuto un passato politico e di gente comune, questa rete è uno dei protagonisti della vicenda, ciò che consente di ottenere asilo, protezione per un momento, anche solo uno sguardo complice o di simpatia.

È questa presenza, accanto al grande consenso goduto dai nazisti, alle complicità dei più, all’indifferenza anche di chi non condivideva l’antisemitismo nazista, a consentire alla ragazza di restare in Germania a guerra finita, di stabilire là la sua vita, di convincere anche il fidanzato, che si era trasferito in Palestina, a tornare in Germania? Di fronte alle obiezioni che le venivano rivolte, Marie scrisse infatti: “Considero la mia emigrazione compiuta. Sono emigrata dalla Germania di Hitler a quella di Goethe e Sebastian Bach, dove mi sento perfettamente a mio agio. In altre parole: ho intenzione di restare in questo Paese”. (Anna Foa, L’OSSERVATORE ROMANO, 26 febbraio 2015)