Bibbia e archeologia, quanti svarioni!

Discipline archeologiche e storico-bibliche sono legate da rapporti sempre più stretti e oggi le scoperte archeologiche possono confermare o confutare ricostruzioni o interpretazioni giudicate inattaccabili.

Fortunatamente, gli strumenti di analisi rendono sempre più difficile esibire scoperte dubbie che hanno il solo fine di azzardare novità "controverse". Eppure, c’è sempre qualcuno che prova a forzare o falsificare perché interessato più alla risonanza data dai media che alla verità. Così, negli ultimi anni, si sono succeduti annunci sonoramente pubblicizzati rivelatisi errori o manipolazioni o truffe. Di questi spesso lucrosi "errori volontari" si occupa Leslaw Daniel Chrupcala in un pamphlet snello: L’archeologo disinvolto. Mondo biblico e sensazionalismo mediatico (Edb,pagine 56, euro 5,50). Qui Chrupcala - teologo con competenze archeologiche - denuncia recenti esempi «tra quelli più amplificati dai mass media mondiali», che hanno infuocato l’immaginario per seminare «scompiglio o dubbio nella mente dei semplici».

Come quando, nel 2002, fu proclamato il ritrovamento d’un reliquiario di pietra che avrebbe provato con la sua iscrizione («Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù») che Giacomo il Giusto era fratello carnale di Gesù. Dopo tanto clamore gli archeologi, uno dopo l’altro, l’hanno giudicato un sicuro falso e il verdetto è ora confermato anche dalla Israel Antiquities Authority. O come quando, nel 2005, l’archeologo Aviram Oshri annunciò che l’identificazione tradizionale della città di Betlemme in Giudea (Mt 2,1.5.8; Lc 2,1.6) andava corretta con la Betlemme di Galilea (Gs 19,15; Gdc 12,8). Poco valutando la tradizione cristiana che ininterrottamente, con la testimonianza di chiese e santuari, ha identificato la Betlemme di Giudea con quella delle Scritture, Oshri ha obiettato che Maria, incinta, non avrebbe potuto percorrere i 140 km che dovevano portarla in Giudea e, peggio, che gli evangelisti avrebbero intenzionalmente cambiato il luogo di nascita di Gesù per inserirlo nella stirpe di Davide, ipotesi che peraltro deriva da Joseph Klausner e Bruce Chilton. Agli argomenti di Oshri è stato facile opporre una serie di fatti difficilmente confutabili.

Fra gli altri questo: se i racconti evangelici sulla nascita di Gesù a Betlemme di Giuda dovevano servire per favorire la conversione degli ebrei, è strano che gli antichi apologeti ebrei non abbiano mai cercato di confutarne l’autenticità e che la posteriore teologia rabbinica se ne sia disinteressata del tutto. Ancora, grande il clamore suscitato dall’archeologo israeliano Ehud Netzer che nel 2007 annunciò il ritrovamento del sarcofago di Erode ad Herodium. Tuttavia, tra le centinaia di pezzi di quello che potrebbe essere un sarcofago non vi è traccia di tessuto organico. Un errore di valutazione cui Netzer sta ancora lavorando. Più sospette sono certe scoperte rilanciate sempre in coincidenza con il Natale e la Pasqua, le «date preferite da certa stampa per dare notizie sensazionali che metterebbero in dubbio fatti e verità fondamentali del cristianesimo». Restando nell’ambito dell’archeologia, Chrupcala ricorda come il giorno di Pasqua del 1996 il documentario The Body in Question (Bbc) rivelava la vicenda della tomba di Talpiot scoperta nel 1980 a Gerusalemme. In essa erano state rinvenute 10 urne contenenti ossa di 35 individui di forse tre diverse generazioni. Sei ossari riportano i nomi Yeshuah bar Yehosef (Gesù figlio di Giuseppe), Maryah (Maria), Yoseh (Giuseppe), Mattiyah (Matteo), Mariamne (Miriam) e Yehudah bar Yeshuah (Giuda figlio di Gesù). Questi nomi erano così comuni nella Terrasanta antica che a nessun archeologo è venuto in mente di collegare quelle ossa al Messia. Undici anni più tardi, il documentario The Lost Tomb of Jesus (Discovery, 2007), diretto da James Cameron, rievocava la scoperta, in stile thriller, collegando i nomi a Gesù e alla sua famiglia. L’attribuzione è stata rifiutata da ogni serio studioso per ragioni di tipo epigrafico, archeologico, storico, biblico, linguistico e genetico. Vi s’aggrappano oggi gli adepti della fanta-archeologia. Però, quando archeologi, soprattutto cattolici, hanno chiesto di riesaminare le ossa, sulle quali erano state fatte sommarie ricognizioni, hanno scoperto che queste erano state… "smarrite". «Questa mancanza di professionalità è davvero sorprendente, tenuto conto del valore "unico" del ritrovamento di Talpiot», commenta ironicamente Chrupcala. Meno clamore, perché si è subito sgonfiato, ha provocato il caso del sudario di Akeldama del Natale del 2009, che poteva, nell’intenzione degli scopritori "scalzare la Sindone". Ma le differenze fra questo reperto e la misteriosa impenetrabilità del telo sindonico erano tali e tante che s’è preferito porre un pietoso velo, è il caso di dire, sulla questione. Quest’anno non è ancora stata annunciata la rivelazione clamorosa ma possiamo star certi che qualcuno sta preparando il nuovo scoop, magari per Natale: gli "archeologi disinvolti" stanno già lavorando per noi. E soprattutto per se stessi. (Mario Iannaccone, Avvenire, 9 aprile 2013)