Amos Oz: “Israeliani e palestinesi non hanno un'altra terra. Solo un compromesso fermerà i conflitti”

Parla lo scrittore israeliano, ospite di Bookcity a Milano dove ha presentato il nuovo romanzo, "Giuda". "Mi hanno chiamato spesso 'traditore', ma solo chi esce dalle convenzioni della comunità cui appartiene è capace di cambiare se stesso e il mondo".

Lo hanno sempre chiamato traditore. Da bambino per aver fatto amicizia con un poliziotto inglese, nel '67 per aver proposto da subito uno Stato per i palestinesi e ancora oggi, quando difende questa posizione, nonostante Hamas, gli attentati a Gerusalemme come l'ultimo, di poche ore fa, e le minacce dell'Isis. Ma per Amos Oz, uno dei più grandi scrittori israeliani, da sempre in testa alle classifiche dei toto-Nobel, essere chiamato traditore non è un'offesa se il tradimento è il coraggio di cambiare posizione o la fedeltà a un'idea.

"Solo chi esce fuori delle convenzioni della comunità a cui appartiene è capace di cambiare se stesso e il mondo", ha detto di recente. Ed è questa la tesi che scorre sotto il suo nuovo romanzo, Giuda (Feltrinelli). Protagonista Schmuel, uno studente che ha realizzato una tesi su Giuda visto da una prospettiva ebraica. Nell'inverno del '59, rimasto senza soldi e senza fidanzata, si ritrova ad accettare vitto e alloggio da un vecchio studioso che ha partecipato all'epopea fondativa dello Stato nel 1948, amico di Ben Gurion, rimasto solo dopo aver perso il figlio nella guerra arabo-israeliana. In cambio dovrà fare da spalla alla gagliarda verve dialettica dell'uomo. In casa una donna, Atalia, matura e moto bella e misteriosa. Si occupa dell'anziano, si rivelerà essere la figlia di un'altra figura storica, un dissidente, indicato anch'esso come traditore perché da sempre contrario alla fondazione di uno Stato. Ne nasce un singolare triangolo di discussioni sulla religione, la politica, la figura di Giuda e su Israele e il conflitto con i Palestinesi. Un romanzo di passioni in cui la politica e la Storia si intrecciano a sentimenti umani come la lealtà e il tradimento. Incontriamo Amos Oz a Milano, è uno degli ospiti di Bookcity. Quello del tradimento è un tema particolarmente sentito, per lei.
"Me lo porto dietro da sempre. Avevo 8 anni, mi trovavo nella Gerusalemme ebraica sotto amministrazione britannica, divenni amico di un sergente britannico. Io gli insegnavo qualche parola di ebraico, lui mi insegnava qualche parola di inglese. Gli altri ragazzini cominciarono a dirmi che ero un traditore, perché parlavo con 'l'oppressore'. Da allora sono stato chiamato molte volte traditore dai miei concittadini ma non sono offeso. Credo d'essere in buona compagnia, ci sono uomini che vengono considerati traditori solo per il fatto che non avevano paura, non erano codardi, avevano il coraggio di cambiare".

È quello che succede al padre di Atalia, che avvertiva Ben Gurion di non dar vita a uno Stato ebraico perché nazioni e confini si portano dietro sempree conflitti. Anche lei pensa che lo Stato ebraico sia stato un tradimento del sogno della terra promessa?
"Il mio è un romanzo, non è un manifesto. Ci sono tre o quattro voci, ognuna con idee molto forti, ma diverse tra loro. Quella espressa da Abrabanel, il padre di Atalia, non è maggiore delle altre, fa solo lui questa proposta. Se io avessi voluto dire la stessa cosa, avrei fatto un saggio o uno delle centinaia di articoli che ho scritto sull'argomento. Atalia, dichiara che suo padre non apparteneva al suo tempo, era venuto o troppo presto o troppo tardi. L'idea di Abrabanel, di un mondo senza Stati, né confini, né eserciti era molto bella, ma se fosse passata quella, Israele non sarebbe mai esistito e, solo per fare un esempio, non solo tutti quelli in fuga dall'Europa per paura della Shoah, ma anche le centinaia di migliaia di ebrei che vennero dall'Iraq sarebbero rimasti lì e oggi sarebbero stati massacrati dall'ISIS così come sta succedendo ai curdi e ai cristiani".

Uno Stato era necessario all'epoca, uno stato dovrebbe essere necessario oggi per i Palestinesi. Sia i palestinesi che gli israeliani oggi non hanno più un'altra terra, un posto dove andare. Perché tuttavia non si riesce a convincere la maggioranza degli israeliani? È davvero solo la paura?
"Qui stiamo uscendo dal romanzo per parlare di attualità (il romanzo è ambientato nel 1959, ndr), continuo a pensare che uno stato indipendente palestinese sia l'unica soluzione al conflitto ma viene ostacolata dai moltissimi militanti fanatici, da una parte e dall'altra".

Tornando al romanzo. Shmuel  è un giovane studioso del cristianesimo e di Giuda, che lui ritiene non un traditore, ma appunto il primo cristiano e addirittura il migliore. Perché?
"Il tradimento di Giuda è stato l'evento scatenante dell'antisemitismo da parte cattolica. Giuda è sempre stato sinonimo di tradimento, in tutte le lingue. Ma ci sono molte incongruenze anche nel racconto: Giuda era ricco, che se ne faceva di 30 denari? Poca roba, al tempo. E il bacio non serviva, Gesù predicava a Gerusalemme, tutti lo conoscevano, per arrestarlo non c'era bisogno del bacio. La storia non sta in piedi. Invece Giuda crede che Gesù sia Dio e proprio per questo provoca la sua crocifissione, questo sì, ma come un compimento della sua missione divina, perché Giuda credeva in questo più di qualsiasi altra persona".

Le diverse voci e posizioni di cui parlava rappresentano una metafora del dialogo necessario all'interno della comunità ebraica di Israele e non solo?
"Non amo che i romanzi sia presi come metafore complessive, univoche. I romanzi raccontano la vita, le cose grandi e le cose semplici, la viltà e il tradimento, tutto il resto, le questioni generali, sono sullo sfondo".

Parlando di sentimenti, nel romanzo c'è pure una storia d'amore, se c'è una forma positiva di tradimento delle idee, si può estendere anche all'amore questa possibilità? Anche in amore c'è un tradire positivo?
"Talvolta sì, ma non si può generalizzare. Tutti noi siamo dei traditori qualche volta, ma agli occhi di alcuni e non agli occhi di altri. In questo romanzo l'amore che viene tradito, ma in senso 'positivo', è quello del protagonista Schmuel verso i genitori. Per un intero inverno il ragazzo tradisce madre e padre e lo fa per crescere. Si tradisce sempre la propria infanzia per crescere. E poi penso che uno non può amare il proprio paese se non ne visita un altro, non può amare la propria lingua se non ne impara un'altra e non riesce a capire l'amore vero se non quando si ama la seconda volta".

Un personaggio del libro parlando di Israele dice: due popoli che amano la stessa terra sono come due uomini che amano la stesa donna, ci sarà sempre odio tra i due.
"Succede dappertutto, non solo in Israele. Con una differenza: due uomini che amano la stessa donna nono posso arrivare a un compromesso, invece due popoli che amano la stessa terra sono come due uomini che hanno una stessa casa: possono dividerla in due piccoli appartamenti e arrivano a un compromesso".

Dopo quello che sta succedendo, la rimonta dell'odio, il proselitismo dell'ISIS, lei continua a essere ottimista per il futuro?
"È difficile fare il profeta, specie per chi come me viene dalla terra dei profeti. Tuttavia, avendo pratica del medioriente da 75 anni, posso dire che da noi quando uno dice 'mai' o 'per l'eternità' di solito intende tra i sei mesi e i trent'anni". (Mario De Santis, LA REPUBBLICA, 18 novembre 2014)